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Psicologia e Apprendimento

Il blog di Centro Leonardo

La curiosità come predittore del successo scolastico

La curiosità, strettamente connessa alla ricerca, all'esplorazione e al desiderio di eventi nuovi e stimolanti, negli ultimi anni è stata anche collegata alla felicità, alla creatività, a relazioni intime soddisfacenti, ad una maggiore crescita personale e ad un maggiore valore alla vita. Purtroppo, però, nelle scuole odierne gli insegnanti tendono a sottovalutarla, non incoraggiando gli alunni ad essere desiderosi di apprendere e preoccupandosi unicamente di portare a termine il programma scolastico prefissato ad inizio anno.
La curiosità è anche quasi totalmente assente intesa come dote o talento "innato", come viene sottolineato nell'articolo "Come allevare un genio" della Scientific American. Esso descrive uno studio condotto per 45 anni su bambini che all'età di 12 anni avevano ottenuto punteggi elevati ai test avanzati, supportati poi, durante il loro percorso scolastico, da programmi di arricchimento come il "Center for Talented Youth" della John Hopkins University (che vanta anche come ex alunni Zuckerberg e Lady Gaga). Dai risultati è stato confermato quanto atteso dai ricercatori: questi bambini sono cresciuti diventando adulti brillanti. La maggior parte ha conseguito il dottorato in alcune delle università migliori del mondo, altri invece hanno ottenuto risultati letterari e scientifico-tecnici impressionanti, quali brevetti e pubblicazione di libri. Si evince dunque come i primi punteggi ai test avanzati, e in particolare l'aspetto cognitivo, possa essere considerato un indicatore del talento, il quale deve essere certamente supportato.
In un altro studio durato 30 anni, detto "Fullerton Longitudinal Study", i partecipanti erano bambini di un anno, scelti sulla base di criteri quali un peso normale e la totale assenza di anomalie visive e neurologiche - non quindi unicamente sulla base dei punteggi ottenuti a test avanzati-.
Le valutazioni sono state poi effettuate nel corso del tempo attraverso una serie di variabili in diversi contesti, come ad esempio il rendimento scolastico, il QI, la leadership e la felicità. Dai risultati è emerso come i bambini dotati intellettualmente (con un QI maggiore di 130) non differivano dal gruppo di confronto per quanto riguardava il loro funzionamento comportamentale, sociale ed emotivo, ma per quello sensoriale, motorio e per la loro capacità di comprendere il significato delle parole e di comunicare con il mondo esterno, ottenendo così performance migliori in diverse aree tematiche alle elementari. Anche i genitori di questi bambini sostenevano come fossero maggiormente stimolati nel richiedere lo svolgimento di attività extracurricolari intellettuali. Da ciò è possibile sottolineare come questi bambini siano maggiormente coinvolti nell'ambiente e come quindi riescano a trarne maggiore beneficio. Inoltre è emerso anche che studenti con una spiccata curiosità abbiano sovra performato i loro coetanei in risultati educativi, come matematica, lettura e risultati universitari. La curiosità, dunque, può essere considerata un predittore fondamentale del successo scolastico, e insieme alla motivazione intrinseca, dovrebbe essere vista come criterio necessario per aumentare la selezione degli studenti in programmi per persone dotate e di talento. Le attività scolastiche che stimolano gli studenti all'apprendimento e alla curiosità sono attività nuove, complesse, che consentono una maggiore autonomia e scelta e che li incoraggiano a porsi domande, fare ipotesi e acquisire maggiore padronanza, anziché il classico test in stile di giudizio. Anche l'ambiente familiare, oltre a quello scolastico, è fondamentale; infatti anche i genitori possono far sì che i bambini sviluppino una maggiore curiosità e motivazione intrinseca alla scienza o più in generale all'apprendimento, coinvolgendoli in nuove esperienze stimolanti, quali per esempio visite ai musei. In sintesi, dallo studio di Fullerton, è possibile affermare come la dote non sia casuale, ma sia frutto di un processo di sviluppo che richiede una stretta coesione tra capacità cognitive, motivazione, curiosità ed ambienti che plasmano il bambino.

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